C’è qualcosa di irresistibile nell’idea di un “metodo segreto” per estrarre oro dai rifiuti elettronici: ti immagini la scatola piena di vecchi telefoni, schede madri e cavi, e tu lì, in garage, a trasformare scarti in pepite. Solo che, quando vai a guardare da vicino, la storia cambia completamente. E cambia in modo molto concreto: in casa non è legale, e i metodi davvero promettenti non sono trucchi da fai-da-te, ma ricerca universitaria e impianti autorizzati.
L’oro nei RAEE: esiste davvero, ma non come te lo raccontano
Nei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) l’oro c’è, eccome. Si trova soprattutto nei contatti e in alcune parti delle schede, perché è un ottimo conduttore e non ossida facilmente.
Il punto è che “c’è” non significa “si prende con facilità”. Il recupero richiede processi controllati, perché quei dispositivi contengono anche plastiche, resine, piombo, ritardanti di fiamma e altri materiali delicati da gestire.
I “metodi segreti” che in realtà sono metodi da laboratorio
Quando si parla di estrazione dell’oro più “green”, le ricerche più interessanti non puntano sul sensazionalismo, ma su alternative a sostanze storicamente problematiche. Alcuni esempi (tutti lontani dall’uso domestico):
- Spugna proteica dal siero di latte (ETH Zurigo): le schede vengono trattate per sciogliere i metalli e poi una spugna proteica “cattura” selettivamente l’oro, evitando composti come i cianuri.
- Acido tricloroisocianurico e polimero di zolfo (Flinders University): un approccio che usa attivazione con acqua salata e luce, con l’obiettivo di ridurre reagenti altamente tossici.
- Spugna grafene-chitosano (National University of Singapore): materiale adsorbente che assorbe ioni d’oro con rese molto alte, progettato per minimizzare scarti pericolosi.
- Metodo ROMEO di ENEA: un processo sperimentale che punta a recuperi elevati, ma pensato per impianti dedicati, non per un banco da lavoro in cantina.
Noterai un dettaglio comune: sono metodi che richiedono controllo di parametri, reagenti gestiti con protocolli, filtrazioni, sicurezza industriale. Non sono “ricette”.
Perché farlo in casa è pericoloso (anche se “stai attento”)
L’estrazione dell’oro dalle schede è spesso collegata a processi idrometallurgici, cioè basati su soluzioni chimiche. È qui che la faccenda diventa seria:
- Acidi corrosivi e reazioni esotermiche (calore improvviso) possono causare ustioni, schizzi e incendi.
- Fumi tossici e vapori irritanti possono danneggiare vie respiratorie e occhi, anche in spazi “arieggiati”.
- I residui non sono “acqua sporca”, ma rifiuti pericolosi che contaminano superfici e scarichi.
- Il rischio non è solo tuo: è dell’ambiente e di chi vive con te.
E se ti stai chiedendo se esista un modo “soft”, la risposta realistica è: non uno che sia al tempo stesso efficace, sicuro e replicabile in casa.
È legale farlo in Italia? No, e il motivo è semplice
In Italia i RAEE sono rifiuti speciali con una filiera regolata. Il riferimento chiave è il D.Lgs. 49/2014 (e successive modifiche), che impone raccolta e trattamento tramite soggetti autorizzati. Tradotto: smontare e trattare RAEE per recuperare metalli preziosi “in proprio” non rientra nella gestione domestica ordinaria.
In più, la gestione illecita può portare a sanzioni molto pesanti e, nei casi più gravi legati a contaminazione, a responsabilità penali (si parla anche di reati ambientali, come l’art. 452-bis). Il tema rientra nel campo della idrometallurgia, ma con regole e controlli stringenti.
E conviene davvero? Facciamo due conti (senza illusioni)
Un dato spesso citato per dare un ordine di grandezza è che da 1 tonnellata di schede si può arrivare a circa 0,24 kg di oro (valori variabili). Sembra tantissimo, finché non consideri:
- costi di reagenti, attrezzature e smaltimento
- perdita di purezza e resa in un contesto non industriale
- rischio di danni e sanzioni
In pratica, l’“oro facile” tende a trasformarsi in spesa certa.
Cosa fare invece: recupero legale e sensato
Se l’obiettivo è valorizzare davvero l’elettronica che non usi più, le strade pratiche sono queste:
- Conferire i dispositivi alle isole ecologiche o ai punti di raccolta RAEE.
- Usare il ritiro “uno contro uno” o “uno contro zero” nei negozi quando previsto.
- Se hai lotti di componenti, rivolgerti a operatori autorizzati o canali professionali di recupero.
Il mistero si scioglie così: l’oro nei rifiuti elettronici c’è, ma il “metodo segreto” domestico non è né realistico né legale. La vera soluzione è una filiera industriale e scientifica, dove l’innovazione conta davvero, e dove sicurezza e ambiente non si pagano con l’improvvisazione.




